Chiudete gli occhi e prestate attenzione. Siete in grado di dire se il latrato di un cane proviene dalla vostra destra o sinistra? Certo, è facile. Ma siete anche in grado di capire se un suono proviene da davanti, da dietro, dall'alto o dal basso? Assolutamente sì. Eppure, la tecnologia di riproduzione audio più diffusa, lo stereo, ci ha abituato per decenni a pensare al suono solo su un asse orizzontale.
Come fa, quindi, il nostro corpo a percepire una sfera sonora così complessa?
La risposta non si trova nelle profondità del nostro cervello, ma in una parte del nostro corpo che spesso trascuriamo: il padiglione auricolare, ovvero la parte esterna e visibile dell'orecchio.
Quella sua strana e intricata conformazione, fatta di pieghe, conche e curvature, non è affatto casuale. È una meraviglia dell'ingegneria biologica, un sofisticato processore acustico naturale progettato per uno scopo preciso: localizzare il suono nello spazio tridimensionale.
Quando un'onda sonora ci raggiunge, non entra direttamente nel canale uditivo. Prima "interagisce" con la forma della nostra testa e, soprattutto, del nostro padiglione auricolare. A seconda della sua direzione di provenienza, l'onda viene leggermente riflessa e filtrata dalle curve dell'orecchio in modi unici.
Un suono che arriva dall'alto verrà alterato in modo diverso da uno che arriva dal basso o da dietro. Queste alterazioni sono micro-modifiche dello spettro di frequenze: alcune vengono leggermente attenuate, altre leggermente amplificate.
Questo complesso processo di filtraggio ha un nome scientifico: HRTF (Head-Related Transfer Function).
Possiamo immaginarla come la firma acustica personale che la nostra testa e le nostre orecchie impongono a ogni suono che riceviamo, una vera e propria impronta digitale sonora che varia per ogni angolo e per ogni individuo. Il nostro cervello, attraverso anni di apprendimento inconscio sin dalla nascita, è diventato un supercomputer in grado di decodificare istantaneamente queste sottili variazioni di timbro per costruire una mappa mentale precisa dell'ambiente sonoro che ci circonda.
Cosa c'entra tutto questo con la registrazione musicale e l'alta fedeltà? Tutto. Ci dice che il segreto per una riproduzione tridimensionale realistica non risiede in complessi algoritmi che simulano uno spazio, ma nella capacità di preservare quella stessa informazione spaziale che il nostro orecchio è biologicamente predisposto a capire.
Qui emerge la genialità dell'approccio olofonico. Anziché cercare di ricostruire artificialmente questi indizi tramite software, la tecnica olofonica li cattura nativamente, fin dal momento della registrazione.
Essendo un sistema di ripresa che per sua natura imita il sistema uditivo umano, "ascolta" il suono già filtrato da una struttura che replica le funzioni del padiglione auricolare. In pratica, presenta al nostro cervello un segnale che contiene già tutti quei micro-dettagli spaziali.
Parla la stessa identica "lingua" del nostro sistema uditivo.
Ecco perché un ascolto olofonico è così naturale e privo di sforzo cognitivo. Non stiamo ascoltando un'illusione 3D; stiamo ascoltando la conservazione fedele dello spazio originale, con una trasparenza senza precedenti.
APPROFONDIMENTO BY : olo360.com